Ue: giro di vite contro sfruttamento clandestini
La Commissione europea ha presentato una proposta di direttiva che introduce sanzioni contro i datori di lavoro che impiegano immigrati clandestini
La proposta si inserisce nell'ambito della politica globale europea in materia di immigrazione, volta a incoraggiare l'immigrazione legale, a combattere l'immigrazione clandestina e a sviluppare una cooperazione con i paesi terzi interessati.
“È fondamentale riconoscere che la quasi certezza di trovare un lavoro illegale negli Stati membri dell'Unione europea è il principale motore dell'immigrazione clandestina dai paesi terzi”, ha dichiarato il vicepresidente Franco Frattini, commissario Ue responsabile del portafoglio giustizia, libertà e sicurezza, che ha poi aggiunto: “La possibilità di trovare lavoro attira molte persone nella Ue, ma il sogno può diventare una dura realtà di sfruttamento, con condizioni vicine alla schiavitù, come l'assenza totale di protezione nei cantieri edili o nell'uso di pesticidi pericolosi, od orari di lavoro di 12-16 ore al giorno, a volte per appena 30 euro.
Il richiamo esercitato dal lavoro nero è inoltre strettamente legato ai talvolta tragici viaggi, spesso organizzati da trafficanti, che gli immigrati clandestini compiono per raggiungere la Ue e che causano ogni anno 3.000-4.000 morti”.
Se l'ampiezza del fenomeno è difficile da quantificare, secondo le stime più recenti, tuttavia, gli immigrati clandestini nella Ue sarebbero fra i 4,5 e gli 8 milioni, cifra che aumenterebbe di 350.000- 500.000 persone l'anno. I settori economici più inclini a ricorrere al lavoro nero, sia in generale che con l'impiego di clandestini, sono l'edilizia, l'agricoltura, i lavori domestici, i servizi di pulizia, la ristorazione e il settore alberghiero.
Contro lo sfruttamento dei clandestini la proposta di direttiva introduce ora sanzioni più severe. Ventisei dei 27 Stati membri dell'Unione europea prevedono già misure preventive e sanzioni, che però variano sia per gravità che per grado di effettiva applicazione.
Secondo la proposta, prima di impiegare un cittadino di un paese terzo, i datori di lavoro dovranno verificare che l'interessato abbia un permesso di soggiorno o altra autorizzazione che conferisca un diritto di soggiorno e inviare una notifica all'autorità nazionale competente. Chi non potrà dimostrare di aver rispettato questi obblighi sarà passibile di multe e altre sanzioni amministrative.In quattro casi gravi gli Stati membri saranno tenuti a prevedere sanzioni penali: violazioni ripetute (tre in due anni), impiego di almeno quattro immigrati irregolari, condizioni di particolare sfruttamento e consapevolezza del fatto che il lavoratore è vittima della tratta di esseri umani. Ai fini dell'effettiva applicazione delle misure, la proposta impone agli Stati membri di effettuare un numero minimo di ispezioni (controlli annuali sul 10% delle imprese).
Accanto alla proposta di direttiva, la Commissione ha adottato anche due comunicazioni sulla dimensione esterna dell'immigrazione. La prima riguarda la migrazione circolare e i partenariati per la mobilità fra l'Unione europea e i paesi terzi, come alternativa concreta e credibile al lavoro clandestino. La comunicazione propone innanzitutto la negoziazione di partenariati di mobilità fra la Ue e i paesi terzi interessati a una migliore gestione dei flussi migratori e alla cooperazione nella lotta contro l'immigrazione clandestina, in cambio di maggiori opportunità di immigrazione legale e di rilascio di visti per soggiorni di breve durata.
In secondo luogo, la comunicazione esamina le modalità per facilitare la migrazione circolare, quale strumento per consentire alla Ue di far fronte al proprio fabbisogno di manodopera e contemporaneamente per contribuire allo sviluppo dei paesi d'origine, favorendo il trasferimento di competenze ed evitando la “fuga dei cervelli”.
La seconda comunicazione riguarda, invece, l'applicazione dell'approccio globale in materia di migrazione alle regioni situate ai confini orientali e sudorientali dell'Unione europea. L'approccio globale in materia di migrazione è stato adottato nel dicembre 2005 dal Consiglio europeo, con l'obiettivo di associare la problematica migratoria alle relazioni esterne e alla politica dello sviluppo per affrontare il vasto programma della migrazioni in maniera integrata, globale ed equilibrata, in collaborazione con i paesi terzi. L'approccio ha interessato inizialmente l’Africa e l’area mediterranea e, dato il suo buon successo, nel dicembre 2006 il Consiglio europeo ha invitato la Commissione a presentare proposte per estenderne l'ambito di applicazione geografico.
La Commissione risponde ora all'invito prendendo in considerazione le aree situate ai confini orientali e sudorientali della Ue, che comprendono la Turchia, i Balcani occidentali (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Croazia, ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Montenegro e Serbia, incluso il Kosovo), i paesi partner della politica europea di vicinato nell'Europa orientale (Ucraina, Moldova e Bielorussia) e nel Caucaso meridionale (Armenia, Azerbaidjan e Georgia) e la Federazione russa.
Tuttavia l’applicazione dell’approccio globale a tali regioni, secondo il concetto di “rotta migratoria”, impone alla Commissione di prendere in considerazione anche paesi di origine e di transito più lontani, e in particolare i paesi partner della politica europea di vicinato in Medio Oriente (Siria, Giordania e Libano), l'Iran e l'Iraq; i paesi dell'Asia centrale (Kazakistan, Kirgizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan) e una serie di paesi di origine asiatici (Cina, India, Pakistan, Afghanistan, Bangladesh, Sri Lanka, Vietnam, Filippine e Indonesia), per i quali vengono formulate raccomandazioni a medio e lungo termine.
Mercoledì, 30 Maggio 2007 - labitalia






