La politicamigratoria italiana a una svolta

Ostacoli immediati e dilemmi strategici

 

Ferruccio Pastore

 

 

 

 

 

 

 

 

Maggio 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1. Immigrazione, integrazione, cittadinanza: finalmente un approcciointegrato?

 

 

Conl’approvazione in via preliminare (in attesa del parere della ConferenzaUnificata con Regioni ed enti locali) di un ambizioso disegno di legge-delegada parte del Consiglio dei Ministri del 24 aprile 2007, l’azione di governo sulterreno dell’immigrazione si arricchisce di una componente fondamentale[1].Altri elementi importanti erano stati messi a punto nei mesi precedenti,dapprima con l’epocale (se verrà approvato) disegno di legge sulla cittadinanza[2],poi con lo strumento contenente “Misure per contrastare lo sfruttamento dilavoratori stranieri”, di portata oggettivamente più limitata, ma di granderilevanza politica e simbolica[3].

 

Sec’è un denominatore comune a queste iniziative, è l’idea che, per modernizzarela politica migratoria italiana, ci sia bisogno di rafforzare e non diindebolire la dotazione di diritti (sul lavoro,sociali, politici) dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie. Si tratta diuna filosofia opposta a quella che aveva ispirato la stagione precedente dellapolitica migratoria italiana, quella imperniata sulla legge Bossi-Fini del 2002[4].Anche a livello internazionale e specificamente europeo, peraltro, l’idea cheper governare un’immigrazione in crescita e un’integrazione che appare oggisempre più delicata e complessa ci vogliano più diritti si scontra con forti tendenze di segno opposto[5].

 

Ilddl Amato-Ferrero sull’immigrazione e quello sulla cittadinanza sono i duepilastri principali di una strategia di riforme che si annuncia però assai piùarticolata. Per un verso, ogni innovazione del quadro normativo nazionale deveintegrarsi dinamicamente con gli sviluppi a livello comunitario[6];d’altra parte, le riforme attuali in materia di immigrazione e cittadinanzahanno rapporti stretti con l’azione di governo sul terreno della politicareligiosa. Anche su questo terreno, si registrano sviluppi recentissimi esignificativi. La legge sulla libertà religiosa, attesa da decenni, rimaneufficialmente una priorità[7],ma si procede intanto sul piano delle relazioni tra Stato e singoleconfessioni. Il 4 aprile 2007, sono state firmate sei nuove intese (più lamodifica di due già esistenti) con una serie di comunità, alcune delle quali(ortodossi e induisti, in particolare) rappresentano fasce significative dellapopolazione straniera in Italia[8].Le comunità musulmane rimangono per ora fuori da questa ondata negoziale,ufficialmente a causa delle oggettive difficoltà derivanti dalla frammentazionedella rappresentanza, le quali però velano appena evidenti problemi dicontenuto. Essenzialmente concepita come uno strumento per regolare i rapporticon la seconda minoranza religiosa del paese, quella musulmana appunto, èinvece la controversa “Carta dei valori”, presentata il 23 aprile 2007 da uncomitato scientifico nominato dal Ministro dell’Interno nell’ottobre 2006[9].

 

La strategia digoverno, di cui abbiamo ricapitolato le linee fondamentali come si sono venutedelineando sinora, evidenzia una consapevolezza maggiore che in passato dellaportata della sfida che il paese ha di fronte. Per la prima volta, nella storiadel paese, i tre ambiti, strettamente intrecciati, della immigrazione, della integrazione e della partecipazionepolitica (diritto di voto e cittadinanza), vengonoaffrontati insieme, perlomeno nelle intenzioni iniziali.

 

Un quarto volet, che da tempo è oggetto disperimentazione a livello territoriale e da un paio d’anni si è affermato comepriorità a livello europeo – le politiche per collegare più efficacementemigrazioni e sviluppo dei paesi di origine – trova finalmente unriconoscimento normativo anche a livello nazionale[10].Tra i “principi e criteri direttivi” a cui dovrà ispirarsi il governonell’adottare il futuro decreto legislativo di modifica del Testo unicosull’immigrazione, spicca infatti il seguente, particolarmente innovativo:

 

[…] agevolare l'inviodelle rimesse degli stranieri verso i Paesi di origine, attraverso:

1) misure finalizzate aincentivare il ricorso a strumenti legali per il trasferimento delle rimesse,promuovendo accordi con le associazioni di categoria al fine di ridurre i costidi trasferimento;

2) misure di cooperazioneallo sviluppo volte a valorizzare e canalizzare le competenze dei migranti  e le risorse da loro prodotte ai fini dello sviluppo deiPaesi di origine, nel rispetto della titolarità individuale e privata di talirisorse;

3) misure volte a favorirel'utilizzo delle competenze acquisite dai migranti in Italia ai fini dellosviluppo dei Paesi di origine, in particolare attraverso l'impiego deicittadini stranieri  quali espertiin attività di cooperazione allo sviluppo e l'incentivazione del ritornoproduttivo, temporaneo  odefinitivo, dei migranti nei Paesi di origine, permettendo il mantenimentodello status di soggiornante regolare in Italia nel caso di partecipazione aspecifici progetti effettuati in collaborazione con i Ministeri competenti(art. 1, lett. a bis).

 

Vista nel suoinsieme, la strategia che si va delineando in materia lato sensu migratoria è dunque di tipo intersettoriale e integrato[11]. Si tratta di un approccio di cui le esperienze (successi e,soprattutto, gli insuccessi) dei paesi europei di più antica immigrazionedimostrano la necessità. Indubbiamente rimangono delle lacune di ordinesistemico: vanno ricordati in particolare due ambiti in cui il ritardo italianoè ormai storico: a) il settore dell’asilo, in cuil’assenza di una normativa organica è solo parzialmente compensata dalrecepimento di diverse direttive europee; b) la lotta alle discriminazioni su base etnica: in questo ultimo campo,che non riguarda evidentemente solo gli immigrati (ma anche le “seconde –e successive - generazioni” e le minoranze autoctone) ed ha però rapportistrettissimi con la questione dell’integrazione, le soluzioni adottate finoradall’Italia sono deboli e poco incisive.

 

 

 

2. Gli ostacoli sul cammino della riforma

 

 

Ilpacchetto di provvedimenti completato con l’approvazione del disegno dilegge-delega ha ora di fronte un difficile cammino parlamentare, che sarà unodei tanti banchi di prova della maggioranza nei prossimi mesi, nonché unterreno interessante di verifica della tenuta sostanziale dell’operazione“Partito democratico”. Data la portata e la complessità delle sfide, è particolarmenteimportante che i diversi pilastri dell’azione riformatrice si sviluppinocontestualmente e armoniosamente. Da questo punto di vista, si dovrebbe trarreinsegnamento dall’esperienza della XIII legislatura, quando la decisione diprocedere sul terreno dell’immigrazione (con la legge 40/1998), senza dareuguale priorità alla cittadinanza e all’asilo (su cui, peraltro, neppure ilgoverno in carica sembra ancora avere le idee chiare), e “stralciando” laquestione dell’elettorato a livello locale, aveva indebolito profondamente lastrategia complessiva.

 

Naturalmente,le leggi di per sé non bastano a cambiare il corso delle cose. La dimensionefinanziaria e organizzativa, specialmente nel campo della politica migratoria,è essenziale. Qualche passo avanti si è fatto con l’istituzione, da parte dellaFinanziaria 2007, di un “Fondo per l’inclusione sociale degli immigrati” pressoil ministero della Solidarietà sociale. I soldi non sono certo molti (50milioni di euro per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009), ma se gestiti benepotrebbero bastare a ridare un po’ di corpo e slancio alla politica perl’integrazione, ridotta al lumicino durante la scorsa legislatura. Vasottolineato, però, che il nuovo Fondo per l’inclusione sociale non è affattosufficiente a finanziare la nuova politica migratoria messa in cantiere dalgoverno Prodi II: il ddl Amato-Ferrero ha costi specifici e aggiuntivi, afronte dei quali non vi è una copertura finanziaria immediata; è per questo cheil disegno di legge prevede, un po’ singolarmente, che il successivo decretolegislativo debba essere adottato entro dodici mesi, ma “non prima del gennaio2008”.

 

Sulversante organizzativo, la situazione è più grave. La rivoluzioneamministrativa avviata l’11 dicembre 2006 con l’affidamento a Poste Italiane diimportantissime funzioni in materia di rilascio e rinnovo dei permessi disoggiorno ha rivelato gravi impreparazioni ed ha avuto sinora esitofallimentare[12]. Per quantoriguarda il trasferimento di funzioni in questo campo ai Comuni, la sperimentazionein corso è promettente, ma ancora molto acerba[13].La ragione principale per cui, nonostante le difficoltà, la macchinaamministrativa non è finora giunta al collasso, consiste nella straordinariaboccata d’aria portata dall’adesione della Romania all’Unione europea, che haridotto da un giorno all’altro la popolazione “extracomunitaria” del nostropaese (e, di conseguenza, il carico di lavoro delle questure)[14]di quasi 300.000 unità[15].Da questo punto di vista, le disposizioni del ddl Amato-Ferrero sultrasferimento di funzioni (e, in una seconda fase, di competenze, seppurelimitatamente ai rinnovi), per il rilascio e il rinnovo dei permessi disoggiorno, e sul prolungamento della durata dei permessi di soggiorno (art.(art. 1, lett. c), avranno un peso decisivo ai fini del concreto successo dellariforma.

 

L’immigrazione inItalia ha assunto un’ampiezza tale, che una svolta e un potenziamento nellapolitica migratoria italiana non sono più dilazionabili. Purtroppo, i tempi diquesta svolta saranno lunghi e le sua fisionomia definitiva tuttora moltoincerta. Come già accennato, il decreto legislativo che costituisce il pernoprincipale della riforma, non potrà vedere la luce prima del gennaio 2008(quasi certamente più in là, comunque non oltre un anno dall’entrata in vigoredella legge-delega). Poi, alcuni mesi saranno richiesti per la redazione deiregolamenti attuativi, indispensabili affinché le nuove norme producano pienoeffetto. In questo sconsolante scadenzario, non si tiene ovviamente conto diincidenti politici gravi, sempre possibili. Un osservatore ingenuo potrebbesupporre che convergenze bipartisan almenoparziali, che facilitino la strada della riforma, possano essere favoritedall’oggettivo fallimento della strategia adottata nella scorsa legislatura dalcentro-destra (sbarchi di nuovo in crescita, la più vasta regolarizzazionedella storia europea, il più aperto decreto-flussi della storia italiana, iltutto in barba a programmi e promesse elettorali). La durezza delle primereazioni alla presentazione del ddl - che sono giunte fino alla minaccia direferendum, per di più da parte di un “moderato” come l’ex ministro Pisanu– rendono scettici sulla possibilità che argomenti pragmatici possanofondare intese politiche più vaste e solide di quanto non sia l’attualemaggioranza di governo.

 

Un ulterioreostacolo, potenzialmente serio, sulla strada della riforma sembra sorgere dairapporti con Bruxelles. Dopo alcune avvisaglie generiche, il Vicepresidentedella Commissione europea con delega su “Libertà, sicurezza e giustizia”,Franco Frattini, ha preso duramente e dettagliatamente posizione controspecifiche norme della proposta Amato-Ferrero, sostenendone l’incompatibilitàcon la normativa comunitaria e l’inopportunità politica[16].In particolare, i rilievi più nettamente critici del Commissario europeo(nominato dal precedente esecutivo) si appuntano su due aspetti-chiave del ddl:A) l’ingresso per ricerca di lavoro mediante auto-sponsorizzazione (in sostanzauna garanzia patrimoniale, fornita dallo stesso migrante, a copertura deirischi di overstaying e dei costi dell’eventualerimpatrio: art. 1, lett. a, punto 11) e B) la riforma proposta del sistema deiCentri di permanenza temporanea, consistente in un loro ridimensionamento e inun rafforzamento delle garanzie offerte agli stranieri in essi custoditi (art.1, lett. g). Il metodo dell’intervento di Frattini, a cui il Ministrodell’Interno italiano aveva comunicato preventivamente i contenuti del ddl inossequio alle previsioni di un recente provvedimento comunitario[17],appare irrituale e comunque inedito (almeno per questo specifico settore dellapolitica europea). Nel merito, suscita perplessità, pur sollevando alcunequestioni reali.

 

Per quanto riguardal’auto-sponsor, poiché non si tratta di un ambito in cui esista già un acquis comunitario da preservare, l’obiezione ha natura essenzialmente tecnico-politica.Il meccanismo di garanzia, dice Frattini, favorirebbe abusi e rischierebbe diaddirittura di “legalizzare” forme ben note di sfruttamento che si basanosull’erogazione di crediti per l’emigrazione da parte di organizzazionicriminali, che acquistano così un rigido controllo su singoli migranti poidestinati allo sfruttamento sessuale o lavorativo. Il rischio esiste e richiedecertamente una vigilanza specifica. Il fatto è che abusi analoghi sonopurtroppo frequenti in tutti gli ambiti della politica migratoria. Si pensi alfenomeno, particolarmente diffuso in Italia, della chiamata nominativa basatasu contratti di lavoro falsi o fraudolenti[18].Non per questo si pensa o si propone di abolire il meccanismo dell’ingressomediante chiamata nominativa del datore di lavoro. L’istitutodell’auto-sponsor, in realtà, si giustifica (anche se non appare, per laverità, un architrave senza il quale la riforma crollerebbe) per il caso in cuii meccanismi complementari dello sponsor istituzionale e di quello offerto daprivati individui non risultassero sufficienti a fluidificare il mercato dellavoro straniero nella misura che appare necessaria. Come tale, l’auto-sponsornon è che uno degli strumenti di cui può essere utile dotare l’ordinamento,riservandosi poi di sperimentarlo in concreto, valutandone pragmaticamente glieffetti.

 

Per quanto riguardala questione, politicamente delicatissima, dei CPT, il Vicepresidente dellaCommissione europea si appella più direttamente ed esplicitamente allanormativa comunitaria, e più specificamente all’acquis di Schengen, incorporato nell’ordinamento della UE con il trattato diAmsterdam entrato in vigore nel 1999. In realtà, la Convenzione di Schengen del1990, nucleo fondamentale della disciplina europea in materia di frontiere,visti e controlli migratori, non contiene che una norma di principio piuttostogenerica in tema di espulsioni[19].La questione richiederà naturalmente approfondimenti di natura specialistica,ma a una prima valutazione non sembra che la linea di riforma (e non dichiusura) dei CPT proposta dal disegno di legge sia in conflitto con irequisiti minimi imposti dalla normativa Schengen. Anche in questo caso,dunque, il giudizio che viene da Bruxelles sulla scelta del governo italiano segnalaessenzialmente una differenza di impostazione politica.

 

 

 

3. L’ampiezza del fenomeno e la portata della sfida

 

 

Per tutte leragioni elencate, l’esito del processo di riforma è dunque incerto, sia nelladurata sia nei contenuti finali. Eppure, le cifre di cui disponiamo parlano dasole, segnalando l’urgenza di un intervento organico, robusto e innovativo.Tali cifre mostrano un paese che, in pochi anni, si è inserito tra i bigdell’immigrazione, a livello non solo europeo, ma persino mondiale. Il contestodi riferimento è quello di un epocale rovesciamento della geografia migratoriaglobale, con un’Unione europea a 25 che, nel corso dell’ultimo quinquennio hasuperato per la prima volta gli Stati Uniti d’America, sia in termini dipresenza straniera complessiva che di saldo migratorio (cioè, la differenza traentrate e uscite su base annua) (vd. Allegato, tabelle 1 e 2).

Nel quadro europeo,l’Europa meridionale rappresenta da alcuni anni il principale bacino diattrazione di nuovi flussi di natura economica. Stabilire una classifica deiprincipali paesi di immigrazione del continente non è un’operazione facile dalpunto di vista metodologico e concettuale. Se guardiamo ai saldi migratori,ovvero al netto dei flussi catalogati come migrazioni (esclusi cioè i flussi abrevissimo termine, come quelli turistici), il primato della Spagna e, a unacerta distanza, dell’Italia (salvo il 2006, in cui si registra una certacorrezione della tendenza), appare clamoroso (Tab. 3). Se assumiamo, invece,come parametro, gli ingressi (inflows) su baseannua, la Germania e il Regno Unito recuperano posizioni, soprattutto a causadell’importanza che in quei due paesi hanno rispettivamente gli ingressi perlavoro stagionale (sul suolo tedesco, ancora in maggioranza polacchi) e ilflusso degli studenti stranieri e dei working holidaymakers (comprese categorie assai poco assimilabili al nostro concetto di“immigrato”, come ad esempio le au-pair australianeo i giovani italiani, camerieri a Londra per un’estate) (Tab. 4). Ancoradiversa risulta la classifica dei maggiori paesi UE di immigrazione, qualora cisi voglia basare sulle statistiche relative agli ingressi, che l’OCSE harecentemente proposto di armonizzare, escludendo gli ingressi a breve termine[20](Tab. 5).

 

Ordinare i paesieuropei in base alla consistenza dei flussi migratori non è un’operazioneoziosa. Innanzitutto, c’è una dimensione simbolica che riveste un’indubbiaimportanza, anche se la valenza simbolica dell’immigrazione è ambigua econtroversa. Nel continente americano, prevale ancora, anche a livello di sensocomune, la percezione che alti livelli di immigrazione siano segno di vitalitàeconomica; in Europa, invece, specialmente quando si parla dell’Europameridionale, è tuttora dominante l’associazione, non sempre infondata mapericolosa, “immigrazione forte-stato debole”. Il ranking dei paesi UE di immigrazione ha poi una rilevanza concreta sul terrenospecifico della politica comunitaria. Questo non solo perché i maggiori paesiimmissari possono aspirare a una maggiore influenza de facto al tavolo di elaborazione delle politiche comuni, ma anche perché siprevede che i nuovi fondi per il periodo 2007-2013 (come quello perl’integrazione: 825 milioni di euro sui sette anni) vengano ripartiti sullabase di indicatori legati anche all’andamento quantitativo del fenomeno.

 

In ogni caso, chel’Italia sia oggi il secondo, il terzo o il quarto paese di immigrazione inEuropa (e che si collochi o meno, quindi, tra i primi 5 al mondo, in terminiassoluti), è evidente che siamo di fronte a un trend di grande rilevanza e dilunga durata. Le ragioni di questo boom recente dell’immigrazione in Italiasono prevalentemente endogene, notoriamente legate alla nostra strutturademografica e produttiva[21].Altrimenti non si capirebbe perché altri Stati membri della UE, quasialtrettanto esposti dal punto di vista geografico, abbiano conosciuto in questianni dinamiche migratorie assai più blande. E’ evidente, quindi – e ormaiarcinoto, anche a un lettore distratto di quotidiani – che la tendenzaespansiva non è destinata a cessare né a rallentare rapidamente (a titoloindicativo, per quanto assai discusse, si vedano le note proiezioni sintetizzatenella Tab. 6). In primo luogo, perché i pull factors sono appunto strutturali[22];in secondo luogo, perché le migrazioni sono, in una certa misura, processisociali che tendono ad autoperpetuarsi, mediante meccanismi legali (come iricongiungimenti famigliari), paralegali o illegali (gli ingressi clandestini efraudolenti, e soprattutto l’overstaying, sonograndemente facilitati da reti sociali transnazionali già formate)[23].

 

 

 

4. Alcune opzioni strategiche

 

 

Alla luce di quantodetto, è chiaro che la “immigrazione zero” non è un’opzione praticabile nelcaso italiano, come non lo è, a ben vedere, in alcun paese democratico edeconomicamente avanzato. Peraltro, nessuna forza politica rappresentata nelParlamento italiano propone apertamente una ricetta tanto radicale.L’impressione è che nel sistema politico si vada diffondendo l’accettazionedella natura di paese d’immigrazione, ormai pienamente acquisita da partedell’Italia[24]. Come si èdetto in principio, il principale terreno di contrapposizione politica eideologica rimane quello dei diritti (su mille questioni concrete: dalcrocifisso nelle aule all’edilizia pubblica, dal voto amministrativo ai CPT). Leopzioni strategiche di lungo periodo, legate ai livelli e alla composizionefutura dell’immigrazione in Italia, invece, rimangono relativamente pocodiscusse e poco studiate. Quando si chieda, insomma,quali e quanti immigrati pensiamo o intendiamo avere tra – diciamo– vent’anni, la riflessione e il dibattito si rivelano poveri e stentati.Eppure, in un campo come questo, l’elaborazione di scenari – con tutte lesue incognite e le sue debolezze- appare davvero una precondizione per un policy-making consapevole.

 

Quali e quantiimmigrati, dunque, tra vent’anni? Questa breve nota non intende certo portare unarisposta, ma semmai contribuire a formulare correttamente la domanda[25].In questa prospettiva, è utile affiancare alle informazioni fornite nelparagrafo precedente sui livelli attuali di immigrazione, qualche elementoconoscitivo sulla composizione dei flussi che hanno interessato negli ultimianni l’Italia. Ci soffermeremo, in particolare, sulla composizione pernazionalità, tralasciando in questa sede la questione, anch’essa fondamentale,della composizione per livello di formazione[26].

In altra sede, abbiamomostrato come l’Europa nel suo complesso e l’Italia in modo particolare,abbiano attraversato, nel corso dell’ultimo decennio, un processo diricollocazione politica ed economica nel quadro internazionale, che si ètradotta, tra l’altro, in una ristrutturazione del campo migratoriocontinentale e nazionale. In poche parole, ovviamentea prezzo di un certo schematismo, si può dire che l’Europa occidentale, el’Italia in special modo, si sono aperte sempre di più ai movimenti dipopolazione provenienti da est, chiudendosi nel contempo a quelli in arrivo dasud[27]. Chi ne ha fatto le spese, sotto forma di opportunità di accessosempre più ridotte al benessere europeo, è stato in particolare il continenteafricano. Ciò risulta piuttosto evidente, sia che si consideri la percentuale,in calo graduale da anni, di cittadini di paesi africani sullo stock totaledegli stranieri residenti in Italia e in Spagna (Tab. 7), sia che si considerila quota decrescente di migranti africani tra coloro che hanno beneficiato dellediverse regolarizzazioni che si sono succedute in Italia negli ultimi vent’anni(Tab. 8), sia che si guardi infine alla quantità relativamente ridotta rispettoal totale dei visti che vengono concessi dalle rappresentanze italiane adafricani ogni anno (Tab. 11). Solo nelle tristi statistiche sugli sbarchiclandestini in Italia e in Spagna (Tabb. 9-10), gli africani (nord-africani esub-sahariani, in proporzione diversa nei due paesi di destinazione)rappresentano una quota maggioritaria e complessivamente crescente, fino arappresentare oggi pressoché il totale degli ingressi clandestini via mare,ossia la modalità di immigrazione irregolare meno costosa e in assoluto piùrischiosa.

 

Le cause di questa marginalizzazionedell’Africa nel mercato internazionale del lavoro sonodi ordine sia economico che politico-istituzionale. Innanzitutto, è il mercatoche sembra preferire migranti provenienti da altri continenti. Per esempio, ilfatto che le più recenti regolarizzazioni effettuate in Europa meridionaleabbiano premiato soprattutto nazionalità europee e, nel caso della Spagna,latino-americane, segnala una preferenza diffusa e sistematica da parte deidatori di lavoro (la cui volontà di regolarizzare è, nella maggior parte deicasi, una precondizione necessaria). L’immigrazione dall’Africa appare peròpenalizzata anche da fattori politico-istituzionali, nel senso che gli sforzipiù intensi di controllo delle frontiere da parte dei governi e delleistituzioni europee si concentrano lungo le frontiere marittime meridionalidell’Unione[28], in manieraassolutamente sproporzionata rispetto all’entità reale, piuttosto limitata, deiflussi clandestini provenienti dalle coste africane[29].

 

La chiusura asimmetrica del mercato del lavoro e del territorio europeoverso sud genera interrogativi circa la sostenibilità di questo orientamentonel lungo periodo, sia dal punto di vista politico e morale, sia da quelloeconomico. In Africa, il sentimento di esclusione dalla fortezza europea èforte e crescente; la pressione migratoria sulle frontiere meridionali deipaesi del Nord Africa è in aumento, con tutte le tensioni e gli squilibri chene derivano. Non sarà certo l’apertura di qualche canale di migrazione legaledal continente africano verso l’Europa che risolverà i giganteschi problemilegati al gap tra andamento demografico e livellidi sviluppo, un gap che si va ampliando in quasitutti i paesi a sud del Sahara[30].Tuttavia, segnali di questo tipo avrebbero una grande rilevanza politica eculturale, sia nei confronti delle opinioni pubbliche europee che di quelleafricane. Da questo punto di vista, è interessante (per quanto ancora piuttostoindeterminata) la sperimentazione avviata dalla Commissione europea, sull’ondadella prima Conferenza ministeriale euro-africana sulla migrazione e losviluppo (Tripoli, 22-23 novembre 2007), con l’apertura in Mali di una EuropeanEmployment Agency per promuovere forme di migrazionelegale[31].

 

La geografia attuale dei flussi migratori verso l’Italia potrebbecreare problemi di sostenibilità anche dal punto di vista economico, nel sensoche il potenziale migratorio dei paesi dell’Europa orientale, a cui l’Italia hafatto massicciamente ricorso negli ultimi anni, è evidentemente limitato. Daqualche anno, i flussi dall’Albania si sono fortemente ridimensionati, non soloper effetto di controlli più efficaci ma anche a causa di una riduzione delpotenziale demografico di base. Ora, anche nei rapporti con la Romania epersino con l’Ucraina, si intravede la possibilità, non più remota come si potevaprevedere anche solo pochi anni fa, di una supply crisis. Resoconti giornalistici e testimonianze qualitative segnalano unnetto calo negli arrivi dalla Romania in Italia, nei quattro mesi trascorsi dalmomento dell’adesione; le imprese agricole spagnole incontrano ostacolicrescenti nel reclutamento di lavoratori stagionali che ormai abitualmente, daalcuni anni, andavano a effettuare in alcune regioni rurali romene, e sonocostrette a rivolgersi nuovamente al mercato marocchino. Per quanto riguarda l’Ucraina,altro nostro grande fornitore di manodopera, soprattutto femminile, il fattoche essa sia in assoluto il paese del mondo con il tasso di crescita naturaledella popolazione più pesantemente negativo (- 0,72, seguita a distanza daBulgaria e Russia) è inevitabilmente destinato ad avere ripercussioni sullapropensione ad emigrare nel medio termine[32].

 

In prospettiva,dunque, la politica migratoria italiana, che oggi si trova alle prese con ilnecessario rinnovamento del suo inadeguato strumentario normativo e operativo,dovrà affrontare scelte strategiche fondamentali su quali aree privilegiarecome bacini di reclutamento. Naturalmente, queste scelte non saranno effettuateliberamente a tavolino, ma saranno condizionate da molteplici fattori, tra cui glisviluppi dell’integrazione europea; la situazione economica e politicainternazionale; lo stato dei rapporti bilaterali con i diversi paesi di originee di transito, anche nel campo della cooperazione allo sviluppo; gli stessilimiti intrinseci di cui soffre la politica migratoria nell’influenzare il suooggetto specifico. Eppure, un margine di scelta e di incidenza indubbiamenteesiste. In un certa misura, l’Italia, singolarmente e agendo nel quadroeuropeo, potrà scegliere se privilegiare, per esempio, l’immigrazione dallaTurchia[33];o se aprirsi gradualmente all’Africa; o invece, se rendere più strutturata esistematica l’apertura di fatto verso l’America latina; oppure ancora, l’Italiapotrà orientarsi – come già sperimentato, ma con scarsa convinzione eancora minor successo, in anni recenti - verso l’apertura di canalipreferenziali per un’immigrazione latino-americana (magari di discendenti diitaliani), che alcuni ritengono la più “conveniente” in quanto più facilmenteassimilabile[34]. Sonoscelte di enorme complessità, che comportano responsabilità e conseguenzedifficili da sondare, e che comunque andranno costruite pazientemente nel medioe lungo periodo, integrandole con strategie di governo più comprensive. Perorientare il paese di fronte a simili dilemmi strategici, solide basi empiriche– che solo forti reti di ricerca possono generare - saranno necessarie.


Allegati

 

 

 

Tab. 1: Il peso relativo dell’Europa e del Nord America nellageografia migratoria globale (intermini di stock; in migliaia).

 

2000

2005

Stock globale di migranti

174.781

190.634

Di cui in Europa (valore assoluto e come % stock globale)

56.100

32,1%

64.116

33,6%

Di cui nella UE (valore assoluto e come % stock globale)

26.429 (UE-15)

15,1%

39.788 (UE-25)

20,9%

Stock di migranti in Nord America (valore assoluto e come % stock globale)

40.844

23,4%

44.493

23,3%

Di cui negli USA (valore assoluto e come % stock globale)

34.988

20,0%

38.355

20,1%

Fonte: elaborazione CeSPI su dati Population Division, Nazioni Unite (InternationalMigration, 2002 e 2006).

 

 

Tab. 2: Il peso relativo dell’Europa e del Nord America nellageografia migratoria globale (intermini di saldo migratorio; in migliaia).

 

1995-2005

2000-2005

Saldo migratorio Europa (media annuale)

769

1.083

Di cui UE

621 (UE-15)

1.178 (UE-25)

Saldo Nord America

1.394

1.370

Di cui USA

1.250

1.160

Fonte: elaborazione CeSPI su dati Population Division, NU (InternationalMigration, 2002 e 2006).

 

 

Tab. 3: I maggioripaesi di immigrazione della UE (intermini di saldo migratorio; in migliaia).

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

Spagna: 378,5

Spagna: 427,8

Spagna: 649,9

Spagna: 738,5

Spagna: 610,1

Spagna: 652,3

Spagna: 636,0

Regno Unito: 168,5

Germania: 274,8

Italia: 349,3

Italia: 600,6

Italia: 558,2

Italia: 338,1

Francia: 160,5

Germania: 167,8

Regno Unito: 184,3

Germania: 218,8

Regno Unito: 260,5

Regno Unito: 203,6

Regno Unito: 196,3

Regno Unito: 159,5

Paesi Bassi: 57,0

Portogallo: 64,9

Regno Unito: 126,4

Germania: 142,2

Francia: 105,0

Francia: 102,9

Italia: 157,0

Italia: 55,2

Francia: 60,4

Portogallo: 70,1

Portogallo: 63,5

Germania: 81,8

Germania: 98,5

Irlanda: 80,0

Fonte: elaborazioneCeSPI su stime Eurostat[35].

Tab. 4: I maggioripaesi di immigrazione della UE (intermini di nuovi ingressi su base annuale; migliaia; statistiche nonarmonizzate).

2002

2003*

2004

Germania: 658,3

Germania: 601,8

Spagna: 645,8

Spagna: 443,1

Spagna: 429,5

Germania: 602,2

Regno Unito: 418,2

Regno Unito: 406,8

Regno Unito: 494,1

Italia: 388,1

Francia: 135,1

Italia: 319,3

Francia: 124,8

Austria: 97,2

Francia: 140,1

* Dati per l’Italianon disponibili.

Fonte: elaborazioneCeSPI su dati OCSE.

 

 

Tab. 5: I maggioripaesi di immigrazione della UE (intermini di nuovi ingressi su base annuale; migliaia; statistiche armonizzate:solo ingressi di lungo periodo)*

2003**

2004

Germania: 238,4

Regno Unito: 266,5

Regno Unito: 214,6

Germania: 202,3

Francia: 173,6

Francia: 175,2

Italia**: 121,8

Italia: 156,4

Paesi Bassi: 60,8

Austria: 59,6

* Spagna non inclusa.** Regolarizzazione italiana del 2002 non inclusa.

Fonte: elaborazioneCeSPI su dati OCSE.

 

 

Tab. 6: Numero netto di migranti necessari al fine di conseguirespecifici obiettivi demografici, per alcuni paesi europei e per UE-15 nel suocomplesso (2000-2050) (migliaia)

Paese o area regionale

Per mantenere costante pop. tot.

Per mantenere cost. pop. età lavorativa (15-64 anni)

Per mantenere cost. rapporto pop. 15-64/pop.≥65 anni

Francia (per anno)

29

109

1.792

Francia (n° totale su intero periodo)

1.473

5.459

89.584

Germania (per anno)

344

487

3.630

Germania (intero periodo)

17.187

24.330

181.508

Italia (per anno)

251

372

2.268

Italia (intero periodo)

12.569

18.596

113.381

Regno Unito (per anno)

53

125

1.194

Regno Unito (intero periodo)

2.634

6.247

59.722

Unione europea (15 paesi, per anno)

949

1.588

13.480

Unione europea (15 paesi, intero periodo)

47.456

79.375

673.999

Fonte: elaborazione CeSPIda Population Division of the Department of Economic and Social Affairs of theUnited Nations Secretariat, Replacement Migration. Is it a solution todeclining and ageing populations?, ST/ESA/SER.A/206, United Nations, New York,2001, cfr. in part. tab. 1, p. 2.

 

 

Tab. 7: Il peso dell’Africa come continente di origine degliimmigrati (% cittadini dipaesi africani tra i soggiornanti regolari (Italia e Spagna; anni selezionati).

 

1991

1996

2000

2003

2006

Spagna

n.d.

18,3

29,2

26,3

23,5

Italia

35,0

28,7

27,7

24,0

23,4

Fonte: elaborazioni CeSPI su dati del Ministero dell’Interno perl’Italia e della Extranjeríaper la Spagna.

Tab. 8: % cittadini di paesi nord-africani tra gli stranieriregolarizzati in Italia in occasione di regolarizzazioni successive.

 

1986

1990

1995

1998

2002

Marocco

26,3

22,4

14

11

7,4

Tunisia

8,4

12,1

4,2

2,6

/

Egitto

3,8

3,5

3,3

4,4

2,4

Algeria

/

/

3,1

1,5

/

Fonte: elaborazione G. Sciortino su dati Ministero dell’Interno.

 

 

Tab. 9: % cittadini di paesi africani tra gli immigrati irregolarigiunti via mare in Italia (nazionalitàdichiarata).

 

2001

2002

2003

2004

2005

2006

Nord Africa

11,9

17,2

11,7

n.d.

69,6

70,52

Africa sub-sahariana

3,8

25,0

41,4

n.d.

24,6

24,8

Fonte: elaborazione L. Coslovi su dati Ministero dell’Interno(http://www.interno.it/news/articolo.php?idarticolo=23488) e PresidenzaConsiglio dei Ministri (Documento Programmatico relativo alla politica diimmigrazione 2004-2006).

 

 

Tab. 10: % cittadini africani tra gli immigrati irregolari sbarcatialle Isole Canarie(nazionalità dichiarata).

 

1994-8

1999

2000

2001

2002

2003

2004

Marocco

100

88,2

36,2

32,5

39,8

32,6

9,1

Altri paesi africani

0

11,8

63,2

66,2

58,1

62,9

86,8

Fonte: Plan Canario para la Inmigración 2004-2006, pag. 68.

 

 

Tab. 11: Visti concessi da rappresentanze italiane per regione diorigine (regioni selezionate;migliaia)

 

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

Nord Africa e Medio Oriente

110,9

132,6

128,9

106,9

114,6

123,9

128,4

Africa sub-sahariana

43,0

58,3

51,1

47,4

50,0

58,7

63,3

TOTALE

834,7

1.009,0

947,1

853,5

874,9

983,5

1.076,7

Fonte: elaborazione CeSPI su dati Ministero degli affari esteri.



[1] Il testo del ddl è stato pubblicato sul Sole24 Ore del 27 aprile 2007, p. 28; una utile scheda sui contenuti essenzialidella proposta, a cura di Sergio Briguglio, è consultabile alla pagina http://www.stranieriinitalia.it/briguglio/immigrazione-e-asilo/2007/aprile/sommario-ddl-delega.html);un dettagliato dossier sulla riforma del Testo Unico sull’immigrazione, a curadel Ministero dell’Interno, è disponibile alla pagina http://www.interno.it/assets/files/4/2007424175111.pdf;osservazioni interessanti anche in C. Bonifazi e M. Livi Bacci, Una nuovalegge sull'immigrazione, http://www.lavoce.info/news/attach/una_nuova_legge_sullimmigrazione__lavoce.pdf,29 marzo 2007.

[2] Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91,recante nuove norme sulla cittadinanza, approvato dal Consiglio dei ministri il4 agosto 2006,http://www.governo.it/Governo/Provvedimenti/dettaglio.asp?d=28863.

[3] Testo approvato dal Consiglio dei Ministri indata 17 novembre 2006, http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/caporalato/index.html.

[4] Per un’analisi preziosa e dettagliata di quella fase, collocata inprospettiva storica, vd. il recentissimo volume di L. Einaudi, Le politichedell’immigrazione in Italia dall’Unità a oggi,Laterza, Roma-Bari, 2007.

[5] Sulla tentazione diffusa a diversi livelli di un ritorno su vastascala a schemi di immigrazione temporanea, più o meno simili a quelli fallitinegli anni Sessanta e Settanta, vd. S. Castles, Guestworkers in Europe: A Resurrection, International Migration Review, Vol.XL, 4/2006.

[6] Tra gli ultimi atti europei traspostinell’ordinamento italiano, spiccano, per la rilevanza dei temi affrontati, ladirettiva sullo status dei residenti di lungo periodo e quella sulricongiungimento famigliare: vd. DecretoLegislativo 8 gennaio 2007 - n. 3, “Attuazione della Direttiva2003/109/CE relativa allo status di cittadini di Paesi terzi soggiornanti dilungo periodo”, GU 30 gennaio 2007 n. 24, in vigore dal 14 febbraio 2007, e delDecretoLegislativo 8 gennaio 2007 - n. 5, “Attuazione della Direttiva2003/86/CE relativa al diritto di ricongiungimento familiare”, GU 31 gennaio2007. n.25, in vigore dal 15 febbraio 2007. Per una sintesi dei contenuti dientrambi i provvedimenti, vd. gli approfondimenti di Paolo Bonetti, http://www.asgi.it/index.php?page=app.home&idint=cn06120700&mode=detail&imm=.

[7] Presso la Commissione affari costituzionaliproseguono i lavori sul progetto di legge su “Norme sulla liberta` religiosa eabrogazione della legislazione sui culti ammessi” (Atto Camera N.134,XVLegislatura, primo firmatario Valdo Spini, http://legxv.camera.it/_dati/lavori/schedela/trovaschedacamera_wai.asp?pdl=134&ns=2).

[8] Le nuove intese sono state firmate con la ChiesaApostolica in Italia, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degliultimi giorni, la Congregazione cristiana dei testimoni di Geova, la SacraArcidiocesi d'Italia ed Esarcato per l'Europa meridionale(ortodossi), l’UnioneBuddista italiana (UBI) e l’UnioneInduista Italiana. Sono state modificate le intese con la TavolaValdese e con l’Unione delle Chiese Cristiane Avventiste del Settimo Giorno.Cfr. http://www.governo.it/Presidenza/USRI/confessioni/intese_indice.html.

[9] Questo documento è oggetto di asprepolemiche. Secondo alcuni, sarebbe troppo blando nell’affermare i “valorioccidentali”; secondo altri, sarebbe il frutto di un approccio paternalistico eavrebbe finalità puramente politiche. In effetti, questa Carta, priva diefficacia giuridica, può apparire pleonastica, in quanto ripete - non potendo,ovviamente, discostarsene - in certi casi semplificandoli un po’ grossolanamente,i contenuti essenziali della Carta costituzionale (con alcune aggiunte, come ildiscutibile riferimento iniziale alle radici giudeo-cristiane dell’Italia). Peril testo, vd. http://www.interno.it/news/articolo.php?idarticolo=24069.

[10] Il CeSPI segue con attenzione da alcuni anni gli sviluppi di questepolitiche; per un elenco delle pubblicazioni in questo campo e in altri ad essocollegati, cfr. http://www.cespi.it/PDF/Cespi-Migrazioni-agg.pdf.

[11] Che si tratti di un approccio consapevole e non di una più o menocasuale concomitanza di misure diverse, emerge con particolare chiarezzadall’intervista di Guido Ruotolo al Ministro dell’Interno, Giuliano Amato, suLa Stampa del 28 aprile scorso (“Sulle Br mi preoccupa il consenso infabbrica”, p. 11).

[12] Interfaccia telematica della nuova procedura è il portale http://www.portaleimmigrazione.it/.

[13] Per maggiori informazioni, vd. http://www.ancitel.it/documenti_vari/Rinnovo_permessi/Presentazione.cfm.

[14] La disciplina dell’ingresso e del soggiorno nel territorio italiano daparte di cittadini dell'Unione Europea e dei loro familiari è statarecentemente modificata dal D.Lgs. n.30/07, attuativo della direttiva europea2004/38/CE, entrato in vigore lo scorso 11 aprile; per un breve commento inproposito, vd. http://www.stranieriinitalia.it/news/comunitari23apr2007.htm.

[15] 271.491 permessi di soggiorno (http://demo.istat.it/altridati/permessi/2006/tav6.1.pdf)e 297.570 residenti (http://demo.istat.it/str2005/index.html)al 1° gennaio 2006. Va sottolineato che, con la recente (aprile 2007)diffusione da parte dell’ISTAT dei dati sui permessi di soggiorno aggiornati al1° gennaio 2006, generati dal Ministero dell’Interno ed elaborati dall’istitutostatistico nazionale, è stato recuperato un ritardo pluriennale. La diffusionedi questi dati è un doveroso atto di trasparenza, che si spera pongadefinitivamente termine ad anni di gestione “politica” e poco professionaledelle statistiche in materia di immigrazione. La qualità del dibattito pubblicoe delle stesse politiche non potranno che beneficiarne.

[16] Rischi con l’auto-sponsor: occasione per i trafficanti, intervista a F. Frattini di M. Ludovico, Il Sole 24 Ore, 27 aprile 2007, p. 13; Immigrazione, cambiate la legge o l’Europasarà costretta a bocciarla, intervista a F. Frattinidi A. D’Argenio, La Repubblica, 27 aprile 2007, p.31.

[17] Decisione del Consiglio del 5 ottobre 2006che istituisce un meccanismo d'informazione reciproca sulle misure degli Statimembri nei settori dell'asilo e dell'immigrazione (2006/688/CE), pubblicata inGUCE L 283/40, 14 ottobre 2006.

[18] La diffusione di questa modalità di ingressoirregolare, più costoso e meno rischioso dell’attraversamento clandestino dellafrontiera, è assai ben documentata, per quanto riguarda l’emigrazione dalMarocco verso l’Italia e la Spagna, da L. Coslovi, Biglietti diversi, destinazionecomune. Indagine sul mercato dell'emigrazione irregolare dal Marocco centraleverso l'Italia e la Spagna, CeSPI Working Paper, n. 32/2007, http://www.cespi.it/WP/WP32%20Coslovi.pdf.

[19] Si tratta dell’art. 23, e in particolare delsuo terzo comma: “Lo straniero che non soddisfa o che non soddisfi piu` lecondizioni di soggiorno di breve durata applicabili nel territorio di una delleParti contraenti deve, in linea di principio, lasciare senza indugio iterritori delle Parti contraenti. […] Qualora lo straniero di cui sopra nonlasci volontariamente il territorio o se può presumersi che non lo farà, ovverose motivi di sicurezza nazionale o di ordine pubblico impongono l'immediatapartenza dello straniero, quest'ultimo deve essere allontanato dal territoriodella Parte contraente nel quale è stato fermato, alle condizioni previste daldiritto nazionale di tale Parte contraente. Se in applicazione di talelegislazione l'allontanamento non è consentito, la Parte contraente interessatapuò ammettere l'interessato a soggiornare nel suo territorio”.

[20] OECD, International MigrationOutlook. Annual Report. 2006 Edition, Parigi, 2006, in part. pp. 27 ss.. Per quanto interessante epromettente, questa nuova impostazione metodologica appare ancora troppo acerbae poco sperimentata per risultare pienamente affidabile. In particolare, lasituazione dell’Italia e della Spagna, a cause di specificità in parte comuniai due paesi, non viene fotografata in maniera adeguata da questa metodologiadi analisi delle statistiche nazionali.

[21] Per un inquadramento aggiornato sullecaratteristiche dell’immigrazione in Italia (caratteristichesocio-demografiche, determinanti strutturali, tendenze evolutive), vd. C.Bonifazi, L’immigrazione straniera in Italia, 2° ed., Bologna, Il Mulino, 2007.

[22] Veniva fatto osservare, di recente, che nel Nord Italia ladisoccupazione (in termini destagionalizzati) è scesa al 3,5%, un tassostraordinariamente basso (più di quello statunitense, oggi al 4,4).Considerando un certo livello di disoccupazione “frizionale” (tempi morti neipassaggi da un lavoro all’altro), si può dire che le regioni settentrionaliconoscono una situazione di piena occupazione. Questo significa che, per andareal di là dell’attuale 2% scarso di crescita del PIL su base annua, cioè sevogliamo tornare a crescere in misura più significativa, occorrono piùimmigrati (cfr. G. Turani, Più immigrati al Nord o si ferma la crescita, La Repubblica (Economia), 15 aprile 2007, p. 46).

[23] L’overstaying, ovvero il comportamento di chi entra regolarmentesul territorio nazionale (con visto di breve durata o in regime di esenzione dall’obbligodi visto), ha rappresentato nel 2006 ben il 64% dell’immigrazione irregolare inItalia, a fronte di un 13% di sbarchi clandestini e di un 23% di ingressifraudolenti (cfr. Presidenza del Consiglio dei Ministri, Segreteria Generaledel CESIS, 58ª relazione sulla politica informativa e della sicurezza, 2° semestre 2006, 11 aprile 2007, http://www.serviziinformazionesicurezza.gov.it/pdcweb.nsf/pagine/relazioni#,p. 48.

[24] Appare più dubbio e più difficile daaccertare se un’accettazione analoga si vada diffondendo nella società. Sivedano, per esempio, i risultati poco rassicuranti del 5° rapporto su“Immigrazione e cittadinanza in Europa. Orientamenti e atteggiamenti deicittadini europei”, curato da Ilvo Diamanti e Fabio Bordignon per la FondazioneNord Est e l’Università di Urbino, novembre 2005 (e purtroppo non ripetuto daallora), http://www.fondazionenordest.net/uploads/media/versione_italiana_01.pdf.

[25] Il CeSPI ha in programma di condurre, nei prossimi mesi, una indagineprevisionale sugli scenari a cui si accenna nel testo, mediante la metodologiadel Delphi Group abbinata ad analisi economiche e demografiche.

[26] La questione della qualità delle risorse umane immigrate è oggetto diun dibattito relativamente acceso. Da parte di studiosi (generalmenteeconomisti) e parti sociali (generalmente imprenditori) si sente spessoinvocare una immigrazione “più selezionata” e “di maggiore qualità”. Questogenere di posizioni ha un evidente richiamo nel dibattito pubblico (chipreferirebbe una immigrazione “peggiore”?), ma si fonda su due semplificazioniindebite: i) sono posizioni che generalmente non prendono le mosse da unaconsiderazione del reale livello di formazione dell’immigrazione in Italia,trascurano cioè il fenomeno, imponente ancorché insufficientemente studiato,del brain waste, ossia del sottoutilizzo dellerisorse umane immigrate; ii) ignorano o fingono di ignorare il fatto che ladomanda di manodopera immigrata da parte del sistema economico italiano è, perora almeno, largamente concentrata nelle fasce basse e medio-basse del mercatodel lavoro. In questa peculiare struttura della domanda, risiede una delledifferenze strutturali tra il ruolo economico dell’immigrazione nei paesidell’Europa meridionale e in quelli dell’Europa continentale, la qualerappresenta poi uno dei principali ostacoli alla elaborazione di una politicacomune in materia di immigrazione legale a livello comunitario (su questopunto, ci permettiamo di rinviare a: F. Pastore, L’Europa di fronte alle migrazioni. Divergenzestrutturali, convergenze settoriali, in Quaderni di Sociologia, Vol. L, n. 40 (1/2006), pp. 7-24,e a: F. Pastore, L’anello debole del mercato comune. Migrazioni, modellosociale e processo di integrazione europea, in F. Pastore e M. Zupi, a cura di, L’Europa ingioco. Crisi del processo d’integrazione e modelli di società, sezione monografica del rapportoIstituto Gramsci-CeSPI 2005-6 sull’integrazione europea, Il Mulino, Bologna,2006, pp. 125-147.

[27] Rinviamo, per un ragionamento più articolato, al policy paper su “Lapolitica migratoria dell’Europa verso l’Africa. Tendenze, effetti eprospettive”, elaborato congiuntamente da CeSPI e Society for InternationalDevelopment (SID) nel quadro del progetto “Sviluppo e gestione sostenibile deiflussi migratori provenienti dall'Africa”, realizzato con il contributo dellaDirezione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli affariesteri, 2006, http://www.sidint.org/migration/html/publications.html.

[28] Per un dettagliato inquadramento criticodegli sviluppi più recenti della politica europea in materia di controllimigratori, con particolare riguardo ai controlli delle frontiere marittime, vd.S.Carrera, The EU Border Management Strategy: FRONTEX and the Challenges ofIrregular Immigration in the Canary Islands, CEPS Working Paper No. 261,2007, http://shop.ceps.be/BookDetail.php?item_id=1482;vd. anche H. Jorry, Construction of a European InstitutionalModel for Managing Operational Cooperation at the EU’s External Borders: Is theFRONTEX Agency a decisive step forward?, CHALLENGE Research Paper No.6, 2007, http://shop.ceps.be/BookDetail.php?item_id=1483;più centrato sul caso specifico delle Isole Canarie è il lavoro di M. Mir, Managing the EU’s ExternalFrontiers: Lessons to be Learned from FRONTEX’s action in the Canary Islands, 2007, disponibile sul sito www.libertysecurity.org.

[29] Rinviamo a L. Coslovi, Brevi note sull’immigrazione via mare inItalia e Spagna, CeSPI, gennaio 2007, http://www.cespi.it/PDF/mig-mare.pdf.

[30] Per una panoramica sulle complesse relazioni tra demografia, sviluppoe mobilità in Africa, rinviamo all’insieme delle ricerche prodotte da CeSPI eSociety for International Development nell’ambito del progetto “Sviluppo egestione sostenibile dei flussi migratori provenienti dall'Africa”

[31] Cfr. EU to openpilot job centre in Mali for legal migration to Europe, ECRAN WeeklyUpdate of 2 February 2007, http://www.ecre.org/files/ECRAN%20Weekly%20Update%202nd%20Feb.pdf.

[32] Cfr. Department of Economic and Social Affairs, Population Division, World PopulationProspects: The 2006 Revision; vd. in part. Tab. A.7 (“Ten countries or areas withthe highest and ten countries or areas with the lowest rates of naturalincrease, 2005-2010 and 2045-2050, medium variant”), http://www.un.org/esa/population/publications/wpp2006/wpp2006_tables.xls#VII.7.!Print_Area.

[33] Va però detto che, al di là di una credenza diffusa, alimentata(soprattutto in Germania e Austria) da un battagemediatico intenso quanto spesso approssimativo, il potenziale migratorio turcoa medio-lungo termine (salvo crisi serie di natura politica), appare limitato:vd. F. Pastore, InternationalMigration as a Factor in EU-Turkey Relations. Some introductory remarks, in “EU-Turkey Agenda”, No.7, March 2006, Center for European Studies at Istanbul BilgiUniversity, http://www.bilgi.edu.tr/+OtherSites/docs/CESBulletin7.pdf.

[34] Naturalmente, queste diverse opzioni di politica migratoria estera nonsi escludono necessariamente a vicenda; anzi, vi possono essere dellecomplementarietà, che sarà opportuno mettere a fuoco e valorizzare. In ognicaso, le scelte reali dovranno essere articolate e flessibili, e le dinamichemigratorie effettive non potranno che comprendere una ricca miscela diprovenienze, com’è ormai nella tradizione dell’immigrazione in Italia e com’èper molti versi auspicabile che continui ad essere.

[35] In particolare, sono state consultate le seguenti pubblicazioni diEurostat:: Kyi, G., 2005, Population in Europe 2004. First results, Statistics in Focus. Populationand Social Conditions, 15/2005, http://epp.eurostat.cec.eu.int/cache/ITY_OFFPUB/KS-NK-05-015/EN/KS-NK-05-015-EN.PDF;Lanzieri, G. e V. Corsini, 2006, First demographic estimates for 2005, Statistics in Focus. Populationand Social Conditions, 1/2006, http://epp.eurostat.cec.eu.int/cache/ITY_OFFPUB/KS-NK-06-001/EN/KS-NK-06-001-EN.PDF;First demographic estimates for 2005, http://ept.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-NK-06-001/EN/KS-NK-06-001-EN.PDF;First demographic estimates for 2006, http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-SF-07-041/EN/KS-SF-07-041-EN.PDF.