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1. Immigrazione, integrazione, cittadinanza: finalmente un approcciointegrato?
Conl’approvazione in via preliminare (in attesa del parere della ConferenzaUnificata con Regioni ed enti locali) di un ambizioso disegno di legge-delegada parte del Consiglio dei Ministri del 24 aprile 2007, l’azione di governo sulterreno dell’immigrazione si arricchisce di una componente fondamentale
Sec’è un denominatore comune a queste iniziative, è l’idea che, per modernizzarela politica migratoria italiana, ci sia bisogno di rafforzare e non diindebolire la dotazione di diritti (sul lavoro,sociali, politici) dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie. Si tratta diuna filosofia opposta a quella che aveva ispirato la stagione precedente dellapolitica migratoria italiana, quella imperniata sulla legge Bossi-Fini del 2002
Ilddl Amato-Ferrero sull’immigrazione e quello sulla cittadinanza sono i duepilastri principali di una strategia di riforme che si annuncia però assai piùarticolata. Per un verso, ogni innovazione del quadro normativo nazionale deveintegrarsi dinamicamente con gli sviluppi a livello comunitario
La strategia digoverno, di cui abbiamo ricapitolato le linee fondamentali come si sono venutedelineando sinora, evidenzia una consapevolezza maggiore che in passato dellaportata della sfida che il paese ha di fronte. Per la prima volta, nella storiadel paese, i tre ambiti, strettamente intrecciati, della immigrazione
Un quarto volet
Vista nel suoinsieme, la strategia che si va delineando in materia lato sensu
2. Gli ostacoli sul cammino della riforma
Ilpacchetto di provvedimenti completato con l’approvazione del disegno dilegge-delega ha ora di fronte un difficile cammino parlamentare, che sarà unodei tanti banchi di prova della maggioranza nei prossimi mesi, nonché unterreno interessante di verifica della tenuta sostanziale dell’operazione“Partito democratico”. Data la portata e la complessità delle sfide, è particolarmenteimportante che i diversi pilastri dell’azione riformatrice si sviluppinocontestualmente e armoniosamente. Da questo punto di vista, si dovrebbe trarreinsegnamento dall’esperienza della XIII legislatura, quando la decisione diprocedere sul terreno dell’immigrazione (con la legge 40/1998), senza dareuguale priorità alla cittadinanza e all’asilo (su cui, peraltro, neppure ilgoverno in carica sembra ancora avere le idee chiare), e “stralciando” laquestione dell’elettorato a livello locale, aveva indebolito profondamente lastrategia complessiva.
Naturalmente,le leggi di per sé non bastano a cambiare il corso delle cose. La dimensionefinanziaria e organizzativa, specialmente nel campo della politica migratoria,è essenziale. Qualche passo avanti si è fatto con l’istituzione, da parte dellaFinanziaria 2007, di un “Fondo per l’inclusione sociale degli immigrati” pressoil ministero della Solidarietà sociale. I soldi non sono certo molti (50milioni di euro per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009), ma se gestiti benepotrebbero bastare a ridare un po’ di corpo e slancio alla politica perl’integrazione, ridotta al lumicino durante la scorsa legislatura. Vasottolineato, però, che il nuovo Fondo per l’inclusione sociale non è affattosufficiente a finanziare la nuova politica migratoria messa in cantiere dalgoverno Prodi II: il ddl Amato-Ferrero ha costi specifici e aggiuntivi, afronte dei quali non vi è una copertura finanziaria immediata; è per questo cheil disegno di legge prevede, un po’ singolarmente, che il successivo decretolegislativo debba essere adottato entro dodici mesi, ma “non prima del gennaio2008”.
Sulversante organizzativo, la situazione è più grave. La rivoluzioneamministrativa avviata l’11 dicembre 2006 con l’affidamento a Poste Italiane diimportantissime funzioni in materia di rilascio e rinnovo dei permessi disoggiorno ha rivelato gravi impreparazioni ed ha avuto sinora esitofallimentare[12]. Per quantoriguarda il trasferimento di funzioni in questo campo ai Comuni, la sperimentazionein corso è promettente, ma ancora molto acerba
L’immigrazione inItalia ha assunto un’ampiezza tale, che una svolta e un potenziamento nellapolitica migratoria italiana non sono più dilazionabili. Purtroppo, i tempi diquesta svolta saranno lunghi e le sua fisionomia definitiva tuttora moltoincerta. Come già accennato, il decreto legislativo che costituisce il pernoprincipale della riforma, non potrà vedere la luce prima del gennaio 2008(quasi certamente più in là, comunque non oltre un anno dall’entrata in vigoredella legge-delega). Poi, alcuni mesi saranno richiesti per la redazione deiregolamenti attuativi, indispensabili affinché le nuove norme producano pienoeffetto. In questo sconsolante scadenzario, non si tiene ovviamente conto diincidenti politici gravi, sempre possibili. Un osservatore ingenuo potrebbesupporre che convergenze bipartisan almenoparziali, che facilitino la strada della riforma, possano essere favoritedall’oggettivo fallimento della strategia adottata nella scorsa legislatura dalcentro-destra (sbarchi di nuovo in crescita, la più vasta regolarizzazionedella storia europea, il più aperto decreto-flussi della storia italiana, iltutto in barba a programmi e promesse elettorali). La durezza delle primereazioni alla presentazione del ddl - che sono giunte fino alla minaccia direferendum, per di più da parte di un “moderato” come l’ex ministro Pisanu– rendono scettici sulla possibilità che argomenti pragmatici possanofondare intese politiche più vaste e solide di quanto non sia l’attualemaggioranza di governo.
Un ulterioreostacolo, potenzialmente serio, sulla strada della riforma sembra sorgere dairapporti con Bruxelles. Dopo alcune avvisaglie generiche, il Vicepresidentedella Commissione europea con delega su “Libertà, sicurezza e giustizia”,Franco Frattini, ha preso duramente e dettagliatamente posizione controspecifiche norme della proposta Amato-Ferrero, sostenendone l’incompatibilitàcon la normativa comunitaria e l’inopportunità politica
Per quanto riguardal’auto-sponsor, poiché non si tratta di un ambito in cui esista già un acquis
Per quanto riguardala questione, politicamente delicatissima, dei CPT, il Vicepresidente dellaCommissione europea si appella più direttamente ed esplicitamente allanormativa comunitaria, e più specificamente all’acquis
3. L’ampiezza del fenomeno e la portata della sfida
Per tutte leragioni elencate, l’esito del processo di riforma è dunque incerto, sia nelladurata sia nei contenuti finali. Eppure, le cifre di cui disponiamo parlano dasole, segnalando l’urgenza di un intervento organico, robusto e innovativo.Tali cifre mostrano un paese che, in pochi anni, si è inserito tra i bigdell’immigrazione, a livello non solo europeo, ma persino mondiale. Il contestodi riferimento è quello di un epocale rovesciamento della geografia migratoriaglobale, con un’Unione europea a 25 che, nel corso dell’ultimo quinquennio hasuperato per la prima volta gli Stati Uniti d’America, sia in termini dipresenza straniera complessiva che di saldo migratorio (cioè, la differenza traentrate e uscite su base annua) (vd. Allegato, tabelle 1 e 2).
Nel quadro europeo,l’Europa meridionale rappresenta da alcuni anni il principale bacino diattrazione di nuovi flussi di natura economica. Stabilire una classifica deiprincipali paesi di immigrazione del continente non è un’operazione facile dalpunto di vista metodologico e concettuale. Se guardiamo ai saldi migratori,ovvero al netto dei flussi catalogati come migrazioni (esclusi cioè i flussi abrevissimo termine, come quelli turistici), il primato della Spagna e, a unacerta distanza, dell’Italia (salvo il 2006, in cui si registra una certacorrezione della tendenza), appare clamoroso (Tab. 3). Se assumiamo, invece,come parametro, gli ingressi (inflows) su baseannua, la Germania e il Regno Unito recuperano posizioni, soprattutto a causadell’importanza che in quei due paesi hanno rispettivamente gli ingressi perlavoro stagionale (sul suolo tedesco, ancora in maggioranza polacchi) e ilflusso degli studenti stranieri e dei working holidaymakers
Ordinare i paesieuropei in base alla consistenza dei flussi migratori non è un’operazioneoziosa. Innanzitutto, c’è una dimensione simbolica che riveste un’indubbiaimportanza, anche se la valenza simbolica dell’immigrazione è ambigua econtroversa. Nel continente americano, prevale ancora, anche a livello di sensocomune, la percezione che alti livelli di immigrazione siano segno di vitalitàeconomica; in Europa, invece, specialmente quando si parla dell’Europameridionale, è tuttora dominante l’associazione, non sempre infondata mapericolosa, “immigrazione forte-stato debole”. Il ranking
In ogni caso, chel’Italia sia oggi il secondo, il terzo o il quarto paese di immigrazione inEuropa (e che si collochi o meno, quindi, tra i primi 5 al mondo, in terminiassoluti), è evidente che siamo di fronte a un trend di grande rilevanza e dilunga durata. Le ragioni di questo boom recente dell’immigrazione in Italiasono prevalentemente endogene, notoriamente legate alla nostra strutturademografica e produttiva
4. Alcune opzioni strategiche
Alla luce di quantodetto, è chiaro che la “immigrazione zero” non è un’opzione praticabile nelcaso italiano, come non lo è, a ben vedere, in alcun paese democratico edeconomicamente avanzato. Peraltro, nessuna forza politica rappresentata nelParlamento italiano propone apertamente una ricetta tanto radicale.L’impressione è che nel sistema politico si vada diffondendo l’accettazionedella natura di paese d’immigrazione, ormai pienamente acquisita da partedell’Italia[24]. Come si èdetto in principio, il principale terreno di contrapposizione politica eideologica rimane quello dei diritti (su mille questioni concrete: dalcrocifisso nelle aule all’edilizia pubblica, dal voto amministrativo ai CPT). Leopzioni strategiche di lungo periodo, legate ai livelli e alla composizionefutura dell’immigrazione in Italia, invece, rimangono relativamente pocodiscusse e poco studiate. Quando si chieda, insomma,quali e quanti immigrati pensiamo o intendiamo avere tra – diciamo– vent’anni, la riflessione e il dibattito si rivelano poveri e stentati.Eppure, in un campo come questo, l’elaborazione di scenari – con tutte lesue incognite e le sue debolezze- appare davvero una precondizione per un policy-making
Quali e quantiimmigrati, dunque, tra vent’anni? Questa breve nota non intende certo portare unarisposta, ma semmai contribuire a formulare correttamente la domanda
In altra sede, abbiamomostrato come l’Europa nel suo complesso e l’Italia in modo particolare,abbiano attraversato, nel corso dell’ultimo decennio, un processo diricollocazione politica ed economica nel quadro internazionale, che si ètradotta, tra l’altro, in una ristrutturazione del campo migratoriocontinentale e nazionale. In poche parole, ovviamentea prezzo di un certo schematismo, si può dire che l’Europa occidentale, el’Italia in special modo, si sono aperte sempre di più ai movimenti dipopolazione provenienti da est, chiudendosi nel contempo a quelli in arrivo dasud[27]
Le cause di questa marginalizzazionedell’Africa nel mercato internazionale del lavoro sonodi ordine sia economico che politico-istituzionale. Innanzitutto, è il mercatoche sembra preferire migranti provenienti da altri continenti. Per esempio, ilfatto che le più recenti regolarizzazioni effettuate in Europa meridionaleabbiano premiato soprattutto nazionalità europee e, nel caso della Spagna,latino-americane, segnala una preferenza diffusa e sistematica da parte deidatori di lavoro (la cui volontà di regolarizzare è, nella maggior parte deicasi, una precondizione necessaria). L’immigrazione dall’Africa appare peròpenalizzata anche da fattori politico-istituzionali, nel senso che gli sforzipiù intensi di controllo delle frontiere da parte dei governi e delleistituzioni europee si concentrano lungo le frontiere marittime meridionalidell’Unione[28], in manieraassolutamente sproporzionata rispetto all’entità reale, piuttosto limitata, deiflussi clandestini provenienti dalle coste africane
In prospettiva,dunque, la politica migratoria italiana, che oggi si trova alle prese con ilnecessario rinnovamento del suo inadeguato strumentario normativo e operativo,dovrà affrontare scelte strategiche fondamentali su quali aree privilegiarecome bacini di reclutamento. Naturalmente, queste scelte non saranno effettuateliberamente a tavolino, ma saranno condizionate da molteplici fattori, tra cui glisviluppi dell’integrazione europea; la situazione economica e politicainternazionale; lo stato dei rapporti bilaterali con i diversi paesi di originee di transito, anche nel campo della cooperazione allo sviluppo; gli stessilimiti intrinseci di cui soffre la politica migratoria nell’influenzare il suooggetto specifico. Eppure, un margine di scelta e di incidenza indubbiamenteesiste. In un certa misura, l’Italia, singolarmente e agendo nel quadroeuropeo, potrà scegliere se privilegiare, per esempio, l’immigrazione dallaTurchia
Allegati
Tab. 1: Il peso relativo dell’Europa e del Nord America nellageografia migratoria globale (intermini di stock; in migliaia).
| | 2000 | 2005 |
| Stock globale di migranti | 174.781 | 190.634 |
| Di cui in Europa (valore assoluto e come % stock globale) | 56.100 32,1% | 64.116 33,6% |
| Di cui nella UE (valore assoluto e come % stock globale) | 26.429 (UE-15) 15,1% | 39.788 (UE-25) 20,9% |
| Stock di migranti in Nord America (valore assoluto e come % stock globale) | 40.844 23,4% | 44.493 23,3% |
| Di cui negli USA (valore assoluto e come % stock globale) | 34.988 20,0% | 38.355 20,1% |
Fonte: elaborazione CeSPI su dati Population Division, Nazioni Unite (InternationalMigration, 2002 e 2006).
Tab. 2: Il peso relativo dell’Europa e del Nord America nellageografia migratoria globale (intermini di saldo migratorio; in migliaia).
| | 1995-2005 | 2000-2005 |
| Saldo migratorio Europa (media annuale) | 769 | 1.083 |
| Di cui UE | 621 (UE-15) | 1.178 (UE-25) |
| Saldo Nord America | 1.394 | 1.370 |
| Di cui USA | 1.250 | 1.160 |
Fonte: elaborazione CeSPI su dati Population Division, NU (InternationalMigration, 2002 e 2006).
Tab. 3: I maggioripaesi di immigrazione della UE (intermini di saldo migratorio; in migliaia).
| 2000 | 2001 | 2002 | 2003 | 2004 | 2005 | 2006 |
| Spagna: 378,5 | Spagna: 427,8 | Spagna: 649,9 | Spagna: 738,5 | Spagna: 610,1 | Spagna: 652,3 | Spagna: 636,0 |
| Regno Unito: 168,5 | Germania: 274,8 | Italia: 349,3 | Italia: 600,6 | Italia: 558,2 | Italia: 338,1 | Francia: 160,5 |
| Germania: 167,8 | Regno Unito: 184,3 | Germania: 218,8 | Regno Unito: 260,5 | Regno Unito: 203,6 | Regno Unito: 196,3 | Regno Unito: 159,5 |
| Paesi Bassi: 57,0 | Portogallo: 64,9 | Regno Unito: 126,4 | Germania: 142,2 | Francia: 105,0 | Francia: 102,9 | Italia: 157,0 |
| Italia: 55,2 | Francia: 60,4 | Portogallo: 70,1 | Portogallo: 63,5 | Germania: 81,8 | Germania: 98,5 | Irlanda: 80,0 |
Fonte: elaborazioneCeSPI su stime Eurostat
Tab. 4: I maggioripaesi di immigrazione della UE (intermini di nuovi ingressi su base annuale; migliaia; statistiche nonarmonizzate).
| 2002 | 2003* | 2004 |
| Germania: 658,3 | Germania: 601,8 | Spagna: 645,8 |
| Spagna: 443,1 | Spagna: 429,5 | Germania: 602,2 |
| Regno Unito: 418,2 | Regno Unito: 406,8 | Regno Unito: 494,1 |
| Italia: 388,1 | Francia: 135,1 | Italia: 319,3 |
| Francia: 124,8 | Austria: 97,2 | Francia: 140,1 |
* Dati per l’Italianon disponibili.
Fonte: elaborazioneCeSPI su dati OCSE.
Tab. 5: I maggioripaesi di immigrazione della UE (intermini di nuovi ingressi su base annuale; migliaia; statistiche armonizzate:solo ingressi di lungo periodo)*
| 2003** | 2004 |
| Germania: 238,4 | Regno Unito: 266,5 |
| Regno Unito: 214,6 | Germania: 202,3 |
| Francia: 173,6 | Francia: 175,2 |
| Italia**: 121,8 | Italia: 156,4 |
| Paesi Bassi: 60,8 | Austria: 59,6 |
* Spagna non inclusa.** Regolarizzazione italiana del 2002 non inclusa.
Fonte: elaborazioneCeSPI su dati OCSE.
Tab. 6: Numero netto di migranti necessari al fine di conseguirespecifici obiettivi demografici, per alcuni paesi europei e per UE-15 nel suocomplesso (2000-2050) (migliaia)
| Paese o area regionale | Per mantenere costante pop. tot. | Per mantenere cost. pop. età lavorativa (15-64 anni) | Per mantenere cost. rapporto pop. 15-64/pop.≥65 anni |
| Francia (per anno) | 29 | 109 | 1.792 |
| Francia (n° totale su intero periodo) | 1.473 | 5.459 | 89.584 |
| Germania (per anno) | 344 | 487 | 3.630 |
| Germania (intero periodo) | 17.187 | 24.330 | 181.508 |
| Italia (per anno) | 251 | 372 | 2.268 |
| Italia (intero periodo) | 12.569 | 18.596 | 113.381 |
| Regno Unito (per anno) | 53 | 125 | 1.194 |
| Regno Unito (intero periodo) | 2.634 | 6.247 | 59.722 |
| Unione europea (15 paesi, per anno) | 949 | 1.588 | 13.480 |
| Unione europea (15 paesi, intero periodo) | 47.456 | 79.375 | 673.999 |
Fonte:
Tab. 7: Il peso dell’Africa come continente di origine degliimmigrati (% cittadini dipaesi africani tra i soggiornanti regolari (Italia e Spagna; anni selezionati).
| | 1991 | 1996 | 2000 | 2003 | 2006 |
| Spagna | n.d. | 18,3 | 29,2 | 26,3 | 23,5 |
| Italia | 35,0 | 28,7 | 27,7 | 24,0 | 23,4 |
Fonte: elaborazioni CeSPI su dati del Ministero dell’Interno perl’Italia e della Extranjeríaper la Spagna.
Tab. 8: % cittadini di paesi nord-africani tra gli stranieriregolarizzati in Italia in occasione di regolarizzazioni successive.
| | 1986 | 1990 | 1995 | 1998 | 2002 |
| Marocco | 26,3 | 22,4 | 14 | 11 | 7,4 |
| Tunisia | 8,4 | 12,1 | 4,2 | 2,6 | / |
| Egitto | 3,8 | 3,5 | 3,3 | 4,4 | 2,4 |
| Algeria | / | / | 3,1 | 1,5 | / |
Fonte: elaborazione G. Sciortino su dati Ministero dell’Interno.
Tab. 9: % cittadini di paesi africani tra gli immigrati irregolarigiunti via mare in Italia (nazionalitàdichiarata).
| | 2001 | 2002 | 2003 | 2004 | 2005 | 2006 |
| Nord Africa | 11,9 | 17,2 | 11,7 | n.d. | 69,6 | 70,52 |
| Africa sub-sahariana | 3,8 | 25,0 | 41,4 | n.d. | 24,6 | 24,8 |
Fonte: elaborazione L. Coslovi su dati Ministero dell’Interno(http://www.interno.it/news/articolo.php?idarticolo=23488) e PresidenzaConsiglio dei Ministri (Documento Programmatico relativo alla politica diimmigrazione 2004-2006).
Tab. 10: % cittadini africani tra gli immigrati irregolari sbarcatialle Isole Canarie(nazionalità dichiarata).
| | 1994-8 | 1999 | 2000 | 2001 | 2002 | 2003 | 2004 |
| Marocco | 100 | 88,2 | 36,2 | 32,5 | 39,8 | 32,6 | 9,1 |
| Altri paesi africani | 0 | 11,8 | 63,2 | 66,2 | 58,1 | 62,9 | 86,8 |
Fonte: Plan Canario para la Inmigración 2004-2006
Tab. 11: Visti concessi da rappresentanze italiane per regione diorigine (regioni selezionate;migliaia)
| | 1999 | 2000 | 2001 | 2002 | 2003 | 2004 | 2005 |
| Nord Africa e Medio Oriente | 110,9 | 132,6 | 128,9 | 106,9 | 114,6 | 123,9 | 128,4 |
| Africa sub-sahariana | 43,0 | 58,3 | 51,1 | 47,4 | 50,0 | 58,7 | 63,3 |
| TOTALE | 834,7 | 1.009,0 | 947,1 | 853,5 | 874,9 | 983,5 | 1.076,7 |
Fonte: elaborazione CeSPI su dati Ministero degli affari esteri.
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