Ergastolo per l'armatore della nave Iohan
Corte d'Assise di Siracusa, il pubblico ministero ha emesso il suo verdetto nei confronti dell'imputato per la cosiddetta «strage di Natale», in cui morirono 232 migranti pachistani e srilankesi - Ergastolo, e una richiesta - da parte civile - di 1 milione di euro di risarcimento per una delle 283 vittime della nave Iohan.
Ieri alla Corte d'Assise di Siracusa il pubblico ministero ha emesso il suo verdetto nei confronti dell'imputato per la cosiddetta «strage di Natale», in cui morirono 232 migranti pachistani e srilankesi che cercavano di raggiungere le coste italiane.
E' il primo processo che sta per concludersi, a distanza di 11 anni.
La pubblica accusa chiede che Tourab Ahmed Sheik venga condannato all'ergastolo. Tourab è l'armatore della piccola imbarcazione - la F147 - che fu speronata il 25 dicembre del 1996 a sud di Portopalo dalla nave Iohan, l'imbarcazione-madre che aveva trasportato per mesi 300 persone in giro per il Mediterraneo. Quella notte era scattata l'ora x per il trasbordo dei migranti in Sicilia. A Tourab toccava - era questo il suo mestiere - procurare una nave più piccola per effettuare l'ultimo tratto di viaggio.
Fu una tragedia: l'imbarcazione era in pessime condizioni e cominciò ad imbarcare acqua. Si salvarono in pochissimi.
Per tutti gli altri, la morte.
Secondo il pm, anche ammesso che l'armatore non fosse presente al momento della strage - lui, che vive a Malta, ha sempre negato ma alcuni testimoni hanno riconosciuto la sua foto - è in ogni caso colpevole di concorso in omicidio plurimo volontario.
E' questo il curioso capo d'accusa studiato sia per Tourab che per Youssef El Hallal, il capitano della Iohan sotto processo al tribunale di Catania. E' stato Tourab - ha spiegato il pm - ad acquistare due navi con una capienza ridotta (90 posti) e malmesse, nonostante sapesse che il «carico umano» in arrivo era di 300 persone. E' stato ancora lui a decidere di non annullare l'operazione, nonostante fosse a conoscenza delle pessime condizioni metereologiche. Tant'è vero che tentò di convincere uno dei suoi soci, che quella notte guidava la F147, a non partire: «Tu no, hai moglie e figli», gli disse.
La prossima udienza è stata fissata al 18 aprile, quando parleranno tutte le parti civili. Ma già ieri ha tirato le sue conclusioni l'avvocato Matilde di Giovanni, che difende un pachistano fratello di una delle vittime - Faheem - di cui continua a sostenere la famiglia. Il ragazzo deceduto, infatti, ha lasciato una moglie e due figli. Come quasi tutte le vittime della Iohan.
Oltre alla giustizia per i morti, dunque si aspetta che si faccia giustizia anche per i vivi: interi nuclei famigliari rimasti senza un appoggio.
Simonetta Crisci, avvocato romano che difende 32 famiglie i cui parenti sono morti nello speronamento spiega: «Anche io chiederò il giusto risarcimento. 1 milione di euro non mi sembra affatto una cifra esagerata».
Sulla richiesta dell'ergastolo da parte del pm, commenta Crisci: «Sono abituata a difendere gli imputati. Dunque sentire la parola ergastolo non mi fa mai piacere. Ma devo dire che, in questo caso, bisogna pensare a 232 morti, e pensarli uno per uno». Ma ha un pensiero anche per Dino Frisullo, l'attivista antirazzista che per primo ha denunciato questa tragedia del mare insieme all'associazione Senzaconfine: «hanno dimostrato come la società civile possa avere un ruolo fondamentale per l'affermazione della giustizia».
01/03/07
Giovedì, 10 Maggio 2007 - il Manifesto